Il vino è per tutti? No, è d’elite!
Ieri, per l’ennesima ma probabilmente ultima volta, ho partecipato a una manifestazione vinicola, quella di Fornovo sui vini naturali. Assaggia qua e assaggia a un certo punto ho avuto un’illuminazione: cazzo ci faccio qua? Questa (e tutte quelle che ricalcano questo schema) è una manifestazione per elite! Vecchia, superata, noiosa che non serve a conoscere il vino ne (IMHO) a far si che il consumatore medio compri il vino, questo vino. La conferma l’ho avuta quando un produttore mi ha detto che lui il vino lo fa per (cito a memoria) “i sommelier e per quelli che se ne intendono e con sacrificio si comprano una delle sue bottiglie“. Ha anche aggiunto che il suo vino si riconosce, cioè se lo metti li con altri 10, 100 o 1000 vini, non solo riesci a capire da che territorio viene, ma anche che lo ha fatto lui in persona! Riconosci il produttore. Ma davvero c’è chi ha il naso così fine? Quando poi chiedo quante bottiglie produce (15.000 totali su sei etichette) capisco… bastano meno di 1000 acquirenti per svuotargli la cantina. Ti piace vincere facile, eh?
Tornando però all’essenza del discorso, ormai il vino parla al vino e a pochi eletti che si parlano, inevitabilmente, addosso; se la suonano e se la cantano in quattro gatti lamentandosi che il popolo bue non capisce il vino, non lo apprezza e che beve le peggio cose.
Queste manifestazioni sono inutili per comunicare il vino e il territorio, salvo poi sentire tutti che dicono terroir, terroir, terroir, come se stessero recitando una formula magica per incantare l’avventore. Terroir ‘sto cazzo, dico io, qui di territorio non se ne vede, altro che vini con 20% di uve da vigne su tufo e 80% da vigne su marna o vini NON filtrati messi in anfora senza aver fatto la precipitazione tartarica! Io questo lo chiamo far marchettate!! Buttare fumo negli occhi e eleggere il vino a dio supremo!
Se è vero che il vino è uomini e territorio e cultura allora l’unico modo vero di comunicare il vino è di farlo col culo appoggiato sulla sedia e le gambe sotto al tavolo, meglio se nel territorio dove quel vino lo si fa. Così come è stato fatto nell’educational organizzato dal Consorzio di Tutela e Valorizzazione vini D.O.C. Caluso, Carema e Canavese (leggi qui).
Se produttori, appassionati e bevitori qualsiasi di vini vogliono dire la loro sono benvenuti. Sappiate che i commenti sono moderati
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Grande Roberto che con una ficcante riflessione hai scoperto il nervo e picchiato duro. Così si fa. Basta con certe manifestazioni alle quali ci siamo solo noi del settore e sempre gli stessi. Affermazioni come quella che hai scritto non sono estemporanee purtroppo. 15mila bottiglie e ci si crede nel sistema e ci si crede ingranaggio attivo? Che delusione trovare persone che sanno guardare solo il proprio orticello senza avere sott’occhio i reali problemi del nostro mondo. Continuando con eventi del genere come potremmo mai comunicare il vino a tutti e per tutti?
Io come produttore e come custode del mio territorio ho bisogno di maggiore apertura e non solo di parlare con i soliti esperti del settore. Autochtona era così ma anche lo stesso Terroirvino. E’ ora di aprirsi e confrontarsi con il pubblico vero altrimenti saremmo sempre qui a disquisire sulle 500 bottiglie (buonissime per carità) prodotte da un viticoltore, lasciando all’industria la colonizzazione delle fette di mercato più grandi.
Come ho scritto, un modello a cui fare riferimento è quello dell’Educational dove si portano le persone NEL territori. Bisogna parlare davvero del territorio e della cultura per arrivare a parlare delle persone e del loro vino. Mai viceversa, partire dal vino IMHO non è una strategia vincente perché la cultura, il territorio e le persone sono comprensibili a tutti, il vino non sempre.
Io non credo di avere capito il tuo post. L’ho anche letto due volte. Non sono mai stato un vinonaturista, ma a Fornovo non manco mai da anni. La trovo una manifestazione unica nel suo genere, per niente elitaria, piena di gente festosa, di ottimi vini (con le normali eccezioni) e di personaggi curiosi. Non si può parlare di vini naturali (nel bene e nel male) senza conoscere Vini di Vignaioli.
Cosa dobbiamo fare di chi fa meno di 15000 bottiglie, sparargli?
Luca
Dalla tua risposta direi che non ho trasmesso il messaggio correttamente. Il problema non è certo la manifestazione di Fornovo in se (anche se io sulla definizione di vini naturali non sono daccordo visto che il vino NATURALMENTE non esiste, lo si deve fare e quindi è un artefizio). IMHO questo tipo di manifestazione NON comunica ne il territorio, ne la cultura locale ne tanto meno il vino. Serve solo a farsi un giro tra i banchetti a assaggiare vino si, ma tecnicamente. Sempre IMHO, il vino bevuto a se dice poco, il vino parla quando è accompagnato al cibo del territorio. Li alla manifestazione ho visto molti volti noti, che non conosco di persona ma ho visto le loro facce a TUTTE le manifestazioni di assaggi. Quindi sempre e solo le solite persone e quindi ci si parla tra pochi adepti. Questo è quello che volevo esprimere. Potevo usare una manifestazione qualsiasi, non per forza questa.
Infatti io come produttore che me ne faccio sempre e solo delle solite facce? Io voglio cominucare e far sopravvivere il mio territorio rendendolo accessibile a tutti proprio come i miei vini.
Vini naturali per me non esistono perchè, naturalmente, il succo d’uva diventa aceto. Il mio citare le 15mila bottiglie era solo un esempio del fatto che poi i numeri ed i fatturati del nostro settore si facciano in altri luoghi e con modalità diverse. Io amo il mio territorio e, quindi, devo garanitre al mio contadino un futuro sulle nostre colline. Non è certo quella la direzione per arrivare all’obbiettivo. Anche su twitter e su certi blog vedo sempre le stesse citazioni, sugli stessi vini magari prodotti in numeri irrisori. Che senso ha? Per carità non sono contro questi produttori nei quali ricado anche io facendo solo 160 mila bottiglie (cito appositamente il “solo” perchè se lo si relaziona al mondo è un’inezia)
Possiamo discutere per ore sulla correttezza etimologica della definizione di vino naturale. Seve a poco. E’ quella roba lì, quella che c’è a Fornovo.
Sono invece abbastanza d’accordo sul fatto che ha poco senso parlare di terroir quando si assaggia in un banchetto della barbera e in quello vicino dell’aglianico o addirittura dello champagne. Questo naturalmente vale per ogni manifestazione degustatoria che raccolga vini eterogenei, Vini di Vignaioli, Agazzano, Merano, Terroir vino, ecc. ecc.
E’ vero, sono manifestazioni poco adatte ai neofiti, che comunque potranno godere di bere (e acquistare a prezzi abbordabili) cose buone.
Ma pensi che Mario si parta da Genova (come il sottoscritto) per andare a Fornovo (o a Piacenza, o a Merano) per conoscere meglio le Langhe?
Hai detto bene, tante facce note, magari avatar, che si materializzano e con cui magari è bello conversare e scambiare opinioni su un vino; e questo si, invece, può essere didattico e insegnare molte cose.
Luk
Insegnare a chi però? A pochi. IMHO questo non basta e forse come dici tu se uno non è un “fissato” (detto amorevolmete) di vino non prende, alza il culo e va nelle Langhe per il vino. VERO! Perché andarci PER il vino sarebbe una grossa minchiata
dovrebbe farlo per conoscere il territorio a la cultura e parlando sempre e solo di vino, non accadrà mai! no?
Buon pomeriggio a tutti,
io appartengo alla categoria degli “amanti del vino” assolutamente NON esperto. Amo la qualità del cibo e tutte le sfumature della cucina.
Il discorso del vino può essere esteso anche ad altri prodotti enogastronomici, il problema della manifestazioni è che si “Punta” alla vendita …
Da marketer del settore food capisco che il limite di questa “strategia” si ferma a cercare di “beccare” qualche cliente facendo credere che la “luna sta nel pozzo”. Di fatto queste manifestazioni dovrebbero estendere il concetto di “fiera” come punto di “scambio commerciale” a zona di “engagement sensoriale” e che sappia “raccontare” un prodotto.
L’articolo mi è piaciuto perchè l’ho ritenuto spontaneo e d’istinto come se l’inadeguatezza ed il sentirsi fuori luogo abbia dato vita ad un riflessione più profonda che di fatto in molti sostengono ma che si limitano a rimuginarla senza cercare un confronto per timore di essere giudicato blasfemo o “controcorrente” ( che di fatto è molto peggio in certi settori )
Hai centrato il problema e soprattutto sei stato più lucido di me nell’esposizione
Manca un modo per trasmettere l’esperienza del territorio e della cultura all’interno delle manifestazioni. Si va in un’altra città e con se si portano solo prodotti da esporre, tutto il resto lo si dimentica a casa.
Le fiere sono un potente “strumento” di incontro … forse dovrebbero essere un pò svecchiate e riviste in ottica più “umana” e di “incontro” , quello per cui sono nate .
La standardizzaizone è sicuramente utile alla logistica ad all’organizzazione ma di fatto appiattesce l’essenza del prodotto.
Piacere di aver partecipato a questa discussione.
Magari ci incontreremo tutti a qualche fiera intenti a snobbare qualcuno con la “r” moscia .
Scusatemi, ma perché litigare?
Ovviamente ci sono molte scelte e, salvo mi sbagli di grosso, sono tutte libere, no? Quindi c’è posto per tutti.
Sono d’accordo che parlandoci addosso sempre fra gli stessi non aiuta molto, ma se invece di parlare, ci litighiamo non è ancora peggio?
Io sono un “Mario”, ma il produttore che tenta di convincermi che il suo vino è superiore solamente a parole (sia tecniche che baroccheggianti), invece di lasciare che mi parlino da sé i fatti, diviene immediatamente sospetto ed anche un poco antipatico.
D’altro canto però, non vorrei nemmeno automaticamente tacciare di snobbismo od elitismo i molti che la sanno più lunga di me.
A mio parere possiamo sempre imparare qualcosa di buono e di nuovo da tutti e da tutto, anche dalle esperienze negative.
A volte è vero che bisogna lavorare più duro del solito col setaccio del buon senso.
Ma, anche se non siamo del tutto d’accordo, mica vuol dire che dobbiamo litigare. O sbaglio?
Concordo con te, ma il punto non è ne giudicare le elite, ne giudicare chi ne sa di più o di meno. è riconsiderare il modo in cui si comunicano i prodotti del territorio che siano vino e/o cibo. La formula della fiera a banchetti IMHO ha fatto la sua storia e ha senso solo all’interno di nicchie d’utenza, quella esperta.
Quindi nessun litigio ma un tentativo di aprire una nuova via alla comunicazione enogastronomica LEGATA però al territorio e alla sua cultura.
Non si litiga affatto, è solo la nostra incommensurata passione a generare pensieri e linguaggi con un certo caldo timbro. Il rispetto delle idee e delle persone è fondamentale sempre.
Buongiorno a tutti,
Non intendo in questa sede parlare della manifestazione di Fornovo, poichè non c’ero e non sono abituata a parlare di ciò di cui non ho esperienza diretta.
Una considerazione generale sulla comunicazione del vino invece mi pare appropriata.
“Il vino è di tutti” è il concetto base su cui con Gianluca Morino abbiamo posto le fondamenta di #barbera2. Perchè ci crediamo e perchè volevamo scrollare un mondo autoreferenziale, che si parla spesso addosso, fatto di eventi a cui partecipano i soliti del solito giro. Un mondo forse troppo chiuso per il vino, che invece ha bisogno di uscire dalle solite 4 mura e farsi conoscere anche dalle persone comuni, che nella vita di tutti i giorni fanno la spesa e cucinano e vogliono godere del piacere del vino senza troppe complicazioni. Anzi spesso si sentono inadeguati, spaventati da alcuni termini troppo complicati.
E se oggi c’è chi – e sono davvero pochi – ha davvero una grande cultura e competenza sul tema vino, come ad esempio il Direttore Maurizio Gily, che ha alle spalle studi ed esperienza specifica, si noterà che spesso sono proprio le persone che si accostano a questo argomento con semplicità di linguaggio e chiarezza, sempre pronti a condividere ciò che sanno.
Altro è l’approccio saccente e spocchioso di chi crede di saper molto e semplicemente non sa comunicare, oppure quel vezzo di pensare che gli eventi del vino siano per pochi eletti. Mondi chiusi, gruppi chiusi, teste chiuse non fanno per il vino. E neppure per me.
In ogni caso, Roby, al tuo posto lascerei una chance a Fornovo. Come in ogni posto, anche il migliore del mondo, qualche imbecille c’è sempre. Non per questo non bisogna piu tornare.
Ciao
Ovviamente il mio pensiero non va contro la manifestazione di Fornovo che, come banco di degustazione tecnica di vini, è stata anche piacevole. Il mio pensiero vorrebbe che queste manifestazioni diventassero altro o a fianco di queste manifestazioni ci fossero davvero dei momenti in cui si parla di territorio e cultura perché il territorio non è il terreno a marna o a tufo, è altro.
Roberto, non mi dispiace affatto quello che scrivi, interessanti note davvero!
Ultimamente ho notato anche io quello che scrivi, cioè che molte manifestazioni sono per appassionati incalliti ed esperti. Più volte ho cercato di coinvolgere amici a cui piace bere vino, (i “Mario” della situazione insomma) a partecipare a fiere, eventi o serate di vino. Quelle poche volte che sono venuti, li ho visti spaesati, disorientati, non convinti. La volta successiva, chissà perché, avevano un impegno!
È anche vero però che una minima cultura sul vino bisogna pur averla. Quindi come organizzare una manifestazione che possa andar bene per gli esperti/appassionati ed allo stesso momento possa far avvicinare la grande massa a territorio, vitigno e magari anche al naturale?
La prossima edizione del Vinitaly ad esempio, è stata spostata in giornate settimanali, così da evitare la grande massa del week end che può andare solo la Domenica. Quindi anche qui ci si rivolge maggiormente agli esperti/addetti. Questo è forse l’andazzo, questo forse sarà il futuro! Purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista.
Riccardo.
Grazie Riccardo per il commento. Buono il tuo esempio di Vinitaly. In effetti non credo, ma posso sbagliare, che sia nata per comunicare il vino o il territorio o altro ma semplicemente come vetrina per i produttori affinchè possano trovare acquirenti Italiani e Esteri. Quindi va benissimo che allontani i “comuni mortali”, non è nel DNA di Vinitaly far comunicazione ma semplicemente creare opportunità di Business. Mica dobbiamo bandirla per questo, ci mancherebbe, anzi, benvengano manifestazioni così.
Ma mi domando: ha senso fare SOLO questo tipo di manifestazioni? Perché la domanda che mi pongo subito dopo è: ma il vino, alla fine, chi se lo beve? Gli esperti?
Certo, il Vinitaly nasce come dici tu per addetti, e non per il grande pubblico. Il mio era un esempio di come la strada sia appunto quella di allontanare questa tipologia di persone. E appunto come ti domandi, dove vanno a sbattere la testa anche solo per potersi avvicinare al mondo del vino? Da qualche parte dovranno pur iniziare, per poi poter eventualmente crescere, poter appassionarsi e soprattutto diventare compratori/consumatori.
Grande Roberto!
)
)
Grande Gianluca (lo sai già no, quanto sei alto?
Super Monica (sei donna, ovvio che sei più intelligente!
Per il resto sono d’accordo con Roberto, anche se il discorso è lungo, e bisognerebbe fare dei distinguo. Anche in tal senso Francia Docet, je suis désolée
non mi credete? bene, allora andatevi a vedere cosa sta organizzando “sweet Bordeaux”, oppure gli “apéro vintage”, oppure iniziative come “Le petit ballon”, ma anche il blog di “quilledesfilles”… oppure andate a vedere nelle università come “sciences politiques”, ma anche le Business School, gli studenti si organizzano tra loro spontaneamente, senza professori o figure esterne, creano dei piccoli club di degustazione per “nulli”, si sta insieme, ci si diverte, si parla, e sapete che fanno i produttori? gli regalano il vino e talvolta, se sono sufficientemente giovani e aperti, lo bevono con loro. Il risultato è che conosco tanti giovanissimi che quantomeno conoscono la geografia del loro Paese, e i vini che vengono prodotti. Credo che noi italiani non arriveremo mai a questo, è come se ci mancasse qualcosa… più frequento i due ambienti e più ne sono convinta… spero di sbagliarmi!
Mi hai convinto, mi trasferisco in Francia
Scherzi a parte vedrò di approfondendo queste iniziative e capire se e come sono espirtabili. Di certo sono molto interessanti
Ciao Roberto,

Mi auguro di essere ancora capace di essere oggettivo in quello che reputo essere un mio piccolo contributo a questa discussione.
Come saprai non sono nato vignaiolo, non ho ereditato vigne ne cantine, di fare vino è stata una libera e folle scelta di vita.
Premessa importante per essere altrettanto libero di decidere “quale vino fare”
QUALE VINO FARE !
Non esiste un solo vino, il vino non esiste, esistono infinite coniugazioni che erroneamente vengono accomunate sotto il cappello VINO
Esistono persino, concorderai con me, bevande che si vendono come VINO e non lo sono.. “senzafarenomi”
Detto questo non esiste nemmeno il consumatore tipo di vino, non esiste la fiera tipo di vino.. non esiste un unico mercato per il vino e non esiste una comunicazione unica per il vino.
Insomma.. credo che quando di parla di vino si dovrebbe prima far chiarezza di che vino stiamo parlando, poi in base a questo cercare di capire se la sua comunicazione è adatta o meno al tipo di pubblico al quale si rivolge.
E con questo, a scanso di equivoci si sappia, non sto attribuendo alcun merito o demerito alle varie tipologie di vino… tanto è il cliente ad essere il vero giudice.. a noi educarlo al meglio secondo quanto noi riteniamo essere il meglio..
Ciao
P.
Mi trovi d’accordo ma visto che la galassia è tanto ampia, mi spiego ancora meno perché il modo di proporsi è invece sempre lo stesso
Non sono molto d’accordo con questa critica. A me è parsa una manifestazione simpatica, un evento deve funzionare per chi partecipa, se agli espositori va bene così va bene anche per me. Quello non è il “mercato del vino”, ma uno dei mercati. Una nicchia forse, ma neanche tanto piccola. Che poi tra quegli espositori ci siano dei saputelli convinti che i loro vini siano il meglio e invece sono pessimi è indubbio. Contenti quelli che lo comprano. Quando uno ti dice “questo vino va spiegato” normalmente è meglio starne alla larga. Però c’erano anche molti vini buoni e senza necessità di spiegazione.
Si è no ma non voglio entrare nel merito di questa manifestazione perché non è di questo che parla il post
Qui non si parla di simpatia o antipatia qui si parla del fatto che, guardando in faccia gli avventori e guardando a come era organizzata la manifestazione, avrei potuto essere ovunque, non c’era nessun tratto che la distinguesse, uguale a se stessa e uguale a tutte le altre.
Attenzione Roberto,
dobbiamo focalizzare bene gli obbiettivi. Può essere che manifestazioni come Fornovo ( della quale ho scoperto l’esistenza dai commenti dei presenti ) centrino perfettamente il loro obbiettivo, per cui possono e devono proseguire su quella traccia. Non c’è nulla di male a fare 10.000 bottiglie e a venderle a 1000 appassionati. Poi ci vogliono manifestazioni “costruite” per coloro che di bottiglie ne fanno 150.000 mila, e poi altre ancora per chi ne fa un milione e mezzo. Ricordate da dove siamo partiti con l’attuale comunicazione del vino ? Dal 1986, dopo “scandalo metanolo”,
i produttoni hanno cominciato a caricarsi in macchina le bottiglie e a girare l’italia, ristorante per ristorante, enoteca per enoteca, per fare assaggiare i loro vini,a spiegare che il vino si fa con l’uva, che dietro alle bottiglie ci sono persone.( c’ero, nell’88 organizzavo degustazioni di vino e champagne ne mio negozio di 35 mq.) A qualcuno è riuscito meglio, a qualcuno meno bene ma del resto non è scritto da nessuna parte che un vignaiolo debba anche essere uno showman. Involontariamente è partita una colossale operazione di marketing, che ha portato alla nascita degli wine bar, alla crescita esponenziale di realtà come l’ais, riviste, supertuscan e tutto l’ambaradan. Poi tutto questo assaggiare e approfondire ha trovato con il wine festival di merano la sua vetrina luccicante ( c’ero,ho partecipato alle prime 5 edizioni come espositore dal ’93). Per i produttori era meglio: invece di girare come trottole i clienti vengono loro… Poi hanno cominciato a nascere iniziative analoghe in giro per l’Italia, la formula è vincente e ha funzionato. Ora la sbornia è passata, non ci sono più le “alice nel paese delle meraviglie” che ululano di stupore e gioia di fronte a qualsiasi cosa che non conoscono(c’ero: salone del gusto dal ’98).
Probabilmente si tratta di riposizionare il tutto, capire chi vuole parlare a “Mario” e come. A mio parere è bene che ci sia un’inevitabimente piccolo zoccolo di appassionati, che devono essere “coltivati” dalle aziende.
Certo non sono loro i clienti tipo per nessuna azienda vinicola, nè nessuna enoteca. Però sono coloro che stanno riempiendo la rete di informazioni, emozioni, consigli.
Poi c’è il vinitaly, forse in mezzo manca qualcosa. E poi c’è la divulgazione pura del territorio di cui parla Roberto, ma è un’altro mestiere ancora.
E’ giusto, è logico che se ne debbano far carico le cantine?
Forse è un lavoro più istituzionale,che dovrebbe essere appannaggio del enti preposti. Solo che son finiti i soldi,(e forse le idee non c’erano anche quando c’erano i soldi) e quindi temo che questo aspetto rimarrà sospeso per qualche decennio.
Spero di essere stato utile e non troppo autoreferenziale, ma è l’età avanzata che ti porta a fare bilanci…
Grazie per il tuo contributo. Ci tengo tantissimo a ribadire che il problema non è quello che c’è ma quello che manca.
Questo tipo di manifestazioni (che indubbiamente sono funzionali a qualcuno, IMHO soprattutto a chi le organizza) per quel che mi riguarda possono andare avanti, io le ritengo comunque datate e anche un po’ stanche.
Quello che penso è che vendere assieme a un prodotto un pezzo del proprio territorio e della propria cultura, ci guadagna lui e ci guadagna la comunità.
Che poi questa comunicazione non debba essere solo onere del produttore è vero, ma i Consorzi dovrebbero servire a questo no?
La mia impressione è che l’etichetta che si appiccica ad un evento, serva proprio a delimitarlo nella fruizione. E questa voluta delimitazione di target, sia funzionale alla fidelizzazione di questo stesso target nei confronti dell’evento, degli espositori partecipanti e del messaggio che si vuole comunicare. La scelta di etichettarsi è un’operazione in qualche modo di marketing o strategica, rivolta a ritagliarsi uno spazio nel panorama degli eventi di settore.
Non credo cioè che eventi di questo tipo abbiano come priorità il coinvolgimento anche di Mario.
Condivido peraltro il “grido di dolore”, per il rischio latente di un esproprio ai danni dell’utente medio di valori, cultura, territorio e tradizioni legati alla viticoltura in Italia, che invece da sempre gli appartengono: ma questo è altro discorso. Eventi come quello di Fornovo penso abbiano altre mission, che non quella di elargire cultura del vino alle masse. Tentativi in questo senso, a mio parere avrebbero maggiore seguito ed efficacia se fatti all’interno di eventi e manifestazioni di massa.
Benissimo, vorrei però che qualcuno mi spiegasse (e lo chiedo seriamente) a che serve organizzare manifestazioni dove ci sono sempre gli stessi produttori e sempre gli stessi, o quasi, avventori.
Resto in attesa
Chi, come me, è un piccolo vignaiolo, il vino lo fa perché ci crede, non perché ci campa.
Siano esse 10, 50 o 100 mila bottiglie. Il problema è sempre lo stesso: venderle, possibilmente ad un prezzo che ti consenta almeno di coprirci i costi di produzione… cosa, tra l’altro, sempre più difficile.
Non sono stata a Fornovo, così come non vado in molte delle manifestazioni minori: perché ogni volta che prendi l’aereo e stai fuori due giorni “volano” 3/400 euro. E non sai se ce li riprendi.
Di solito, quando vado in giro, incontro gente che nemmeno sa dove sta la Sicilia, figuriamoci se riesco a spiegargli la differenza tra la sabbia del fiume e l’argilla della Valle, o il calcare della collina. Quindi, ogni tanto mi piacerebbe un sacco parlare di terroir tra gente che capisce quello che stai dicendo, di vini di marne o di tufo. Ma non me lo posso permettere.
Mi piacerebbe che queste tante piccole manifestazioni siano meno autoreferenziali, e creino delle opportunità vere per chi partecipa. Le opportunità si creano soltanto avvicinando Mario al vino, perché è Mario che il vino, alla fine, lo compra e, se gli piace, lo porta a casa dei suoi amici la sera che cena da loro.
Tutto il resto sono chiacchiere che possiamo fare tra di noi, tuittando o postando nei blog, possibilmente interessanti come questo.
Ciao Marilena,
questo tuo commento mi pare davvero significativo, credo tocchi i temi più importanti per chi fa vino: la difficoltà sempre maggiore di coprire i costi, il numero crescente di eventi e l’impossibilità di partecipare a tutti a causa del tempo necessario per seguirli e dei costi da sostenere, il desiderio di raccontare tante cose del tuo vino e del tuo territorio e la difficoltà di trovare un ampio uditorio in grado di comprendere tutti gli aspetti tecnici.
E infine la necessità di venderlo questo benedetto vino, di far si che chi lo compra si appassioni e ne parli con gli amici, che metta in moto il famoso passaparola.
E la necessità di aprire il mondo alle persone.
Tutto qui, semplice, lineare. Mi piace molto.
Un caro saluto
Grazie Monica.
E’ il vino che è semplice, quando stiamo ad ascoltarlo
bello il post, bella discussione intelligente, complimenti a tutti.
io non ho risposte, però credo che il punto su cui investire le nostre parole di innamorati della terra della sua cultura e dei suoi sapori sia che spendere tempo e soldi per mangiare e bere buono pulito e giusto, il che implica anche conoscere le storie dei prodotti dei produttori e dei territori, significa investire su quanto c’è di più bello nella vita. su qualcosa che più di tutto il resto riesce a dare felicità vera, conviviale, semplice e duratura grazie ai ricordi che queste esperienze enogastronomiche, e non solo, ci permettono di vivere.
il cibo, il vino, i viaggi, sono cose che ci fanno vivere meglio. Punto.
poi se uno non è di questa idea, pace. noi non si vuole obbligare nessuno.
però se si dà alle persone l’opportunità di fare esperienze di questo tipo, comunicando questi nostri valor profondii che credo ci accomunino tutti e che stanno più in profondità di tutte le beghe su cosa significa vino naturale o su quale sia il punteggio di una bottiglia, allora siamo sulla strada giusta.
il tempo, farà il resto.
ecco, una riflessione che facevo in questi giorni, è che la percentuale di reddito che in media i cittadini di un posto impiegano per l’alimentazione viene normalmente utilizzata come indice di sviluppo. minore è questa percentuale, maggiore è la ricchezza dedicata a soddisfare bisogni “secondari”, maggiore quindi sarà lo sviluppo di quel paese.
mi sembra un’equazione antiquata. cambiare questa mentalità, alla luce di quanto detto sopra, mi sembra una priorità per tutti quelli che lavorano nel nostro settore. o che amano il vino ed il cibo in quanto espressione di un territorio e della cultura che esprime e che vogliono dare vita e vitalità a questo mondo. che non afferisce solamente al semplice “nutrirsi”. o almeno non nel modo troppo semplicistico in cui la società dei consumi ce l’ha fatto intendere.
che ne dite?
@eliacucovaz
Vero, manca una consapevolezza di quello che (dovrebbe) essere il vero bisogno primario e quale quello secondario. Si fa la fila per spendere 800 euro per uno smartphone che è di poco diverso dal precedente ma non si spendono quei soldi per farsi 3/4 fine settimana alla scoperta della cultura e del territorio Italiano. Fa molta tristezza.
Volevo dare anche io il mio punto di vista, ma rileggendo la (interessante) discussione mi sono accorto che il commento di Roberto Panizza diceva quel che avevo in mente e meglio di come avrei potuto scriverlo io!
Non mi affascina molto l’aspetto di critica del post, per gli stessi motivi che spiega Gily nel suo commento. Però trovo molto interessante la parte di proposta: come avvicinare le persone al mondo del vino nella sua interezza, se non si parla anche di lavoro, territorio e cultura? Certo, per far questo non basta conoscere bene le caratteristiche del prodotto o come degustarlo… è un lavoro più complesso. Però ha anche un aspetto secondo me da non sottovalutare: può interessare non solo l’appassionato o chi ama bere un buon bicchiere, ma anche chi si trova “costretto” a condividere questa sua passione (mariti, mogli, amici…). Persone che magari di fronte ad una degustazione “classica” si troverebbero spiazzate e non particolarmente interessate, ma che invece apprezzano la spiegazione del legame fra un prodotto, il lavoro di chi lo produce, il luogo in cui è nato, e così facendo si possono avvicinare a questo sfaccettato “mondo del vino” che tanto ci piace
Bello, bellissimo il post, peccato non sia completamente d’accordo con il contenuto.
Scrivi con il cuore, si vede, ma secondo me, per certi versi, sfondi una porta aperta.
Da tempo diciamo che l’autoreferenzialità, della rete come degli eventi “vinaioli”, finisce con il fare anche del male al vino. Sempre gli stessi, è vero, ma appassionati sinceri, non markettari, pronti a difendere i “loro” produttori a spada tratta.
Però il vino è di tutti e tutti ne devono fruire, nella maniera più semplice e lineare possibile, altrimenti anche eventi come le varie degustazioni “tuittere” perdono smalto, significato, finendo con il somigliare a riunioni di pochi esaltati che si parlano tra di loro.
Comprendo il fastidio, ma usi una premessa errata per la tua dimostrazione, perché nel caso di specie t’arrabbi proprio su una delle manifestazioni più fresche, simpatiche e leggere dove io sia mai stato. E sappi che era la mia prima volta.
Spazi ridottissimi tra i minuscoli tavolini, bicchieri indecenti, secchi al posto delle “sputacchiere”, posizionati poi in maniera assurda, eppure non s’è lamentato nessuno.
Perché? Perché domenica è stato impressionante il flusso di persone comuni, curiose, a cui forse non è piaciuto nulla di quello che hanno provato, che dopotutto non si trattava di prodotti “facili”, ma almeno si è permesso loro di farsi un’idea di cosa offra questo tipo di mercato. E questo, dopotutto, non mi sembra una cosa cattiva per il vino in generale.
Insomma, i soliti noti c’erano, ma non superavano la dozzina, mentre le presenze “comuni” erano un pochino più alte
Poi il vignaiolo “sui generis” ci può stare, e di quello la colpa è di tutti, di nessuno o solo sua.
Però non puoi dire che queste manifestazioni sono vecchie e superate, che è inutile parlare di terroir, che non servono per comunicare il territorio.
Perché tutti noi vogliamo parlare con loro, con i produttori e qui, di riffa o di raffa, lo fai.
Vogliamo sentire le loro storie, i loro racconti, in un certo modo farci affascinare, incuriosire.
Incuriosire, appunto. E’ l’unico modo per “rapire” qualcuno, per far si che qualche “nuovo” si muova dal proprio divano verso le terre che gli sono state raccontate. E non mi sembra un male.
Ho letto da qualche parte dei consorzi, ma ho molti dubbi in merito, che quelli non credo saprebbero raccontare le singole terre dei singoli produttori.
Anche perché aziende da 1.500, 15.000 o 150.000 (che sono sempre poche bottiglie) hanno bisogno di manifestazioni come queste (è vero sono tante, ma basta saperle scegliere), anche solo per confrontarsi tra loro, perché dopotutto il vino lo devi vendere e capire come lo fanno gli altri serve anche per scendere dal piedistallo delle proprie convinzioni.
Valga per tutti il caso di Gianpaolo Paglia, un produttore da sempre presente ovunque e sempre attento a quello che dicono gli altri, che ha avuto sempre voglia di confrontarsi, che a suo dire “da quando ha smesso di seguire un modello, ha ritrovato il piacere di fare vino”, e sembra anche bene che i premi di quest’anno parlano da soli.
Beh, sono stato lungo, disordinato, forse sono anche andato OT, ma, dopotutto, anch’io scrivo “di getto”, spero solo di aver fornito in modo leggibile i miei 2 centesimi di contributo.
Questa dei secchi al posto delle sputacchiere e del tendone al posto della sala fighetta IMHO non fa si che una manifestazione sia più fresca, più nuova, più alternativa e soprattutto diversa. Non è l’abito che fa il monaco. Questa manifestazione di “diverso” ha solo la presenza di produttori che lavorano in bio (logico o dinamico) la vigna e non usano additivi in cantina. Stop. Per il resto qui o a Vinitaly la solfa non cambia, si arriva, si trovano i produttori messi come polli in batteria, si annusano bevono e sputano una sequenza infinita di vini, si parla di marne e di tufi, si scambiano quattro chiacchiere con il produttore che ti racconta qualche aneddoto. Carino se si è un Dalma, un Gily, un Sartore etc etc. Ma sui banchi dei produttori non c’è nulla che accompagni il vino, nulla che ricordi il territorio.
È un mero esercizio tecnico, dove si soppesa il rabbino e l’acidità pensando a come sarà quel vino tra 5 o 10 o 20 anni… si fanno voli pindarici, si disquisisce sul sesso degli angeli.
Tutto questo IMHO al sistema vino non serve, meglio sarebbe inventarsi altro invece di guardare sempre la vita o con la nuca o con i paraocchi.
Vedo che ho perso tempo a scrivere…
Se ritieni che scambiarsi punti di vista differenti sia una perdita di tempo…
Però leggere quello che è scritto non fa male…
Le voci fuori dal coro suonano sempre molto forte.
Io ho il dubbio che si perda di vista una questione importante: per avvicinare il “pubblico” al vino, bisogna che il “pubblico” abbia voglia di essere avvicinato.
Lapalissiano ma vero. Perché si avvicini IMHO bisogna parlare il suo linguaggio.
Roberto sei un mito!!! io non ero alla manifestazione per altri impegni ma sono pienamente in accordo con te… basta banchetti e mescita dove tutti diciamo di essere i “migliori” ecc. Il vino è nato per stare in tavola e non in cattedra, così forse sempre più potranno capirlo ed aprezzarlo. Ancora bravo!
Ma lì nessuno diceva di essere il migliore…
e nemmeno lo avrai mai pensato
Sono “adirato”. Ho letto il testo pubblicato, l’ho riletto e mi sono ulteriormente “adirato”
Per scelta non ho letto i commenti al “pezzo”, lo farò dopo.
Già! Che ci facevi in una manifestazione vecchia,noiosa,superata,che non serve a conoscere il vino e organizzata per un’elite? Cazzeggiavi, questo facevi secondo me! Hai solo sbagliato il luogo del tuo cazzeggio. Questo se non ti sei sentito a tuo agio e se la manifestazione non era come dire, al livello che tu avevi in mente. Io ho un ettaro di vigneto. Quest’anno per la prima volta venderò il mio vino dopo cinque anni di lavoro. Si, mi piace vincere facile. Produco meno di 5.000 che andranno a ruba (?) a circa 5 euro. Concordo con te tutti, compreso te parlano di vino. Altri, e io sono tra questi, oltre a parlarne lo producono e di tutti loro bisognerebbe avere il giusto rispetto.Scusaci se nelle manifestazioni tiriamo l’acqua al nostro mulino. Abbiamo tutti la partita iva, i registri di produzione e i registri delle vendite.La prossima volta che dai del “marchettaro” a chi racconta, a torto o a ragione, la sua verità abbi l’accortezza di ricordare tutto questo. La vera marchetta in questa ” notizia l’hai fatta tu nei confronti delConsorzio di Tutela e Valorizzazione vini D.O.C. Caluso, Carema e Canaves. Io non mi chiedo che ci faccio in rete, spesso sono costretto a “discutere” con chi come te non vive il vino ma lo vede come una merce giornalistica.
ciao Stefano
Oltre che superficiale e cafone sei pure fuori luogo.
[Nota mia] ho deciso di cestinare il commento che precedentemente stava qui per rispetto a Stefano che si è chiarito e ha capito che il suo è stato un intervento a gamba tesa. Visto che la mia risposta non è stata da meno, sono giunto a questa decisione sperando che chi ne esca vincente sia la riflessione sul come comunicare il vino.
chissà se posso scrivere cosa penso?
Perché non ti leggi? Mi pare che, a parte il post in cui mi dai del somaro, il tuo commento sia li in bella vista.
Io non sono uno che fa vino, ne ci campa sul vino o su tutto quello che è legato al vino. Ma ho una vecchia abitudine che è quella di sapermi comportare educatamente e con rispetto quando sono a casa d’altri e soprattutto di rispettare le opinioni degli altri.
Detto questo se ne sei capace anche tu, puoi scrivere quello che ti pare.
Andiamo con ordine.
Io dicevo anche “Poi il vignaiolo “sui generis” ci può stare, e di quello la colpa è di tutti, di nessuno o solo sua.”
Però chi risponde senza aver letto tutto e senza educazione si commenta da sé, finendo con l’aver torto anche se esprime concetti giusti nella sostanza.
Direbbe qualcuno:”è il web, bellezza”
Ma dì la verità, volevi un po’ vedere cosa succedeva a fare un post polemico vero?
Battute a parte, mi pare che le constatazioni che si possono fare sono le seguenti:
1) dire che la formula del banco d’assaggio sia superata può meritare un dibattito, parliamo però delle alternative possibili
2) dire che questo genere di format abbia fatto il suo tempo è un po’ in dicotomia con la folla che poi ogni volta visita queste manifestazioni
3) dire che ci sono sempre gli stessi vuol dire sostenere di conoscere vita morte e miracoli delle 1000-2000 persone che vi entrano ogni volta, il che come puoi ben immaginare è un filo pretenzioso
4) dire che attraverso l’assaggio non passa il terroir ci può anche stare ma dire che queste manifestazioni non passano tout court il terroir invece è una discreta boiata perché è proprio attraverso gli occhi, la voce e le emozioni di queste persone, incontrate de visu che il territorio può essere meglio raccontato. Certo, a casa loro pure meglio ma quella è un’altra cosa, non è un banco d’assaggio al quale, sia ben chiaro, si può sempre evitare di andare
5) e mi taccio, il fatto che tu ti sia sentito fuori luogo, inadeguato o semplicemente spaesato è più un problema da ricondurre alla tua personalissima condizione socio-relazionale non vedo cosa possa c’entrare la manifestazione o la formula del banco d’assaggio. Forse qualche produttore si è rifiutato di parlarti o di rispondere a qualche tua domanda curiosa e gentilmente posta? Nel caso questa sarebbe la notizia.
Io lo dico sempre.
Fate qualcosa prima di criticare a prescindere. Mettete in piedi il vostro fornovo, con le vostre regole e le vostre migliorie, la gente è il miglior giudice.
Ciao, Fil.
Grazie per la tua consueta chiarezza nell’esporre il tuo punto di vista.
che io conosco ovviamente tutti personalmente) dal punto di vista della comunicazione del vino IMHO serve a poco.
In effetti non mi sono sentito “fuori luogo” nel senso stretto del termine. L’introduzione del post è un escamotage letterario per parlare di questo genere di manifestazioni sul vino. Se dal punto di vista “professionale” sono certamente di interesse (per i soliti 1000-2000 avventori del settore
Riguardo al punto 4 direi IMHO che Terroir e Teritorio non sono la stessa cosa. Io dico che non viene fuori il territorio. Riguardo al terrori, perdonatemi per questo, se il vino è buono ed è un’interpretazione del produttore posso anche fottermene del terroir ma non del territorio.
I produttori, qui come a Vinitaly e come a tante altre manifestazioni del settore, sono sempre ben disposti a raccontare e raccontarsi, è il bello di queste manifestazione che di certo se frequenterò sarà solo per raccogliere storie e non per assaggiare il vino.
Riguardo alla tua chiosa, ci faccio un pensiero cercando di raccogliere spunti interessanti dal post di Magda.
Ti ho scritto addio ma ho sbagliato.
Se ho offeso chi è intervenuto con il suo post è giusto che corregga il mio tiro e chieda loro scusa.
Mi dispiaccio di questo.Non era mia intenzione.
Con la frase ” e nemmeno lo avra mai pensato” intendevo supportare Massimo Dalma nella sua affermazione “ma lì nessuno diceva di essere il migliore…”.
La mia credo sia un’opinione con una valenza simile alla tua e a quella degli altri che hanno detto la loro postandola qui. Non vale di più ne meno della tua. Se come dici “sparo cazzate e insulti” parrebbe corretto riprendermi cercando di mantenere , tu per primo, aperto il dialogo con chi sia per credo o appartenenza si sente malamente trattato. Io non sono in grado di sapere se aiuto il vino con il mio lavoro in vigna ed in cantina.Forse aiuto solo me stesso rincorrendo i miei sogni e le mie passioni. Cercando di seguire quelle logiche di allevamento e lavorazione che mi sembrano più vicine al mio modo di essere e di fare. Non per questo mi metto dalla parte del giusto, sto semplicemente e coerentemente dalla mia parte. Il fatto che la mia ignoranza non mi permetta di comprendere quanto è scritto in un post va supportata con la “giusta formazione”. Sino ad oggi non avevo mai letto nulla di tuo, hai ragione non ti conosco e non so che cosa fai, provvederò ad informarmi. Ce la fai a rispettare la mia posizione senza mettermi nel recinto dei “barricadero de noialtri”? nel connotarmi così non pensi di avermi ghettizzato? Perchè tutta questa acredine.
Posso continuare ad esprimere il mio pensiero di piccolo produttore in queste pagine?
ciao stefano
Stefano, come ben puoi vedere dal numero di commenti e dall’eterogeneità degli intervenuti, qui puoi dire la tua e di certo nessuno verrà mai a dirti che hai torto. Al massimo esprimerà argomenti diversi e forse anche contrapposti ai tuoi ma sempre nel rispetto.
Io non ho verità in tasca ma mi piace riflettere e cercare anche vie alternative. Vorrei inoltre che queste manifestazioni non siano solo un bel ritrovo tra amici, quello andrebbe fatto in pizzeria, ma un’occasione per far arrivare il vino nei bicchieri di un pubblico più ampio. Pare sbagliato?
Io ti ho definito “barricadero” per il tuo intervento a gamba tesa. Nessun problema a rimuovere il mio commento.
Visto che in questo sito si parla di cultura enogastronomica e del territorio, chiunque ami queste cose è benvenuto.
Vabbè, datevi un bacio
Applausi applausi a Roberto!
Non ho letto i 54 commenti sopra a questo. Mi sono bastate le tue ultime righe.. qua se la cantano e se la suonano sempre i soliti 4 gatti!
P.s. aggiungerei che i cugini francesi per avvicinare il ‘popolo’ al vino lo distribuiscono addirittura nei supermercati come Carrefour o Casino. Un esempio su tutti? I Vigneron Independant
http://www.vigneron-independant.com/
E’ vero, dalla Francia abbiamo molto da imparare, però anche da loro si fanno le degustazioni come a Fornovo, tant’è vero che di Franzosi non ce ne era soltanto uno…
Poi, se fossi venuta a Fornovo avresti constatato che i 4 gatti c’erano, ma insieme ad altre centinaia di persone comuni.
Io c’ero e tutte ‘ste persone comuni non le ho viste e vorrei sapere come hai fatto a distinguere quelle comuni da quelle… come le definiamo? Non comuni?
Roby, sei stato di lunedì, quando le persone comuni lavorano, di solito
Ma non era tipo un lunedì di ponte? Di solito le persone comuni fanno il ponte
Facile riconoscere le persone comuni:non mi conoscevano
Beh, tutto ‘sto ponte non l’ho visto. L’autostrada era deserta e per parcheggiare sottocasa era peggio del solito…
In effetti qui da noi la GDO è ancora tabù. Se sei vignaiolo non vendi nel super. Meno male che almeno i piccoli birrifici NON stanno commettendo questo errore e quindi trovi birre di qualità e di piccoli produttori sugli scaffali.
dove le birre Roby?
Quello più fornito è della catena Iper Montebello ma anche in Esselunga si trova qualcosa.
Io sono sempre più francese nell’anima! Qui in GDO trovi tavernello e i suoi fratelli. E poco altro di più.
Ho comprato delle bottiglie buone, ma buone davvero a € 5
( e scusate se è poco). In enoteca, centro a Nizza Lunedì 31 un independant a € 3.95 la bottiglia. Senza contare biologico e biodinamico che hanno anche i cartellini verdi dedicati negli scaffali (in gdo)
Qui continuino pure a suonarsele tra di loro i 4 gatti.
ciao begli uomini!
P.s. confermo che lunedì 31 in teoria era ‘ponte’
Contenta tu…
Saluti
non capisco la tua risposta Massimo ma va bene così. A cosa ti riferisci?
D’altronde in casa nostra facciamo quello che più ci aggrada no?
Non spendo molto certo (il bilancio familiare incombe). Poi magari le stesse bottiglie che io compro ‘di la’ ve le trovate in qualche enoteca gastrofighetta di Milano a 20 europei
buona serata
Se il succo di tutto vuol esser quello secondo cui gli eventi enogastronomici finalizzati alla promozione del vino e dei territori vitivinicoli dovrebbero avere un maggior collegamento con i canali commerciali/distributivi lo troverei più interessante del postulato il banco d’assaggio è morto.
Penso che si tratti di lavori completamente diversi (organizzare eventi e distribuire/vendere vino) però credo che necessariamente sono cose che dovrebbero dialogare, intersecarsi direttamente o indirettamente. Succede paradossalmente molto più a Vinitaly che in qualsiasi altra fiera più piccola per la capacità di Vinitaly di catalizzare il mondo del commercio e della distribuzione. Sulle fiere più piccole generalmente si seguono altri modelli – quello della vendita diretta in primis – che vanno bene lo stesso (ma qui parliamo già di clienti finali).
La questione mi pare un’altra.
Una bottiglia che gira, sia per un acquisto in gdo che per un acquisto a Fornovo o in cantina, è una bottiglia che poi viene assaggiata in compagnia e che parla di un produttore, dei suoi vini e dei suoi territori e che fa conoscere quindi il vino ad altri rispetto a quelli che vi sono venuti in contatto la prima volta, moltiplicando le possibilità di acquisto.
Il fatto di entrare più da vicino nei paddock della formula uno del vino è invece una scelta che sta ad ognuno di noi ed è completamente libera, non mi sento di additare il mondo delle manifestazioni perché non apre a chi non se ne interessa, è più chi non se ne interessa che potrebbe fare anche lui un passo. In fondo ce ne sono alcune veramente abbordabili sia come costi che come “stile”.
Ciao, Fil.
Il problema è
e ci lasci con quel “Il problema è” così in sospeso?
Dici molte cose giuste, ma quando si parla di queste fiere, si parla quasi unicamente di B2B e quando si tratta (nei pochi casi) di B2C quel “C” fa riferimento a un “Consumatore esperto” o un Wine addicted che fa pure più figo
Tu dici che il consumatore “generico” dovrebbe essere lui a muovere il culo e andare alla manifestazioni “basiche”? (a quali ti riferisci?) Potrebbe anche essere ma l’interesse è suo? (io dico “anche suo” perché magari si nutrirebbe meglio e con maggior soddisfazione) L’interesse dovrebbe essere di chi fa vino, in particolare di chi fa “abbastanza” vino. Le cantine sono le sue e le bottiglie se non le vende, li stanno.
Si il vino però non è il tg delle 20, è una nicchia della nicchia più ampia del food & beverage. Non si può nemmeno pretendere che facciano sempre tutto le aziende che tra un po’ devono uscire dalle cantine (come gli chef dalle cucine) per diventare showman (e showgirls) in giro per l’Italia. Partecipare ad una fiera, girare, raccontare il proprio vino e il proprio territorio, questo è quello che hanno in carico le aziende vinicole.
Dall’altra parte però come diceva più in alto Stefano, bisogna anche aver lavoglia di imparare ad ascoltare. Avvicinarsi al vino è un processo che richiede passione e dedizione, che lo si debba sdoganare mi trova d’accordo ma mi pare che su questo fronte si sia fatto tantissimo negli ultimi anni, dalla rete in particolare, ma non solo.
Ciao, Fil.
Il vino è una nicchia? Della nicchia poi… Non capisco davvero perché fa tanto bello vestire i panni della minoranza reietta… romanticismo carbonaro? Il vino in Italia è un settore non certo di nicchia con un volume di fatturato e di esportazioni elevatissimo. Se poi a rigo fare i distinguo e creare i ghetti perché ci sono quelli che fanno il vino più vero di altri o quelli che “il vino in GDO è da anime dannate al soldo del commercio” e via disquisendo su castronerie simili, allora diciamolo che siamo masochisti e godiamo nel fustigarci.
Quello che si è fatto poco nel vino e per il vino è stato quello di unirsi, dai piccoli ai grandi produttori, per far partire un circolo virtuoso che facesse bene al vino. Ma ovviamente dimentico sempre che in Italia se sto male io non va bene ma se sta male anche il mio vicino, allora godo.
Su questo punto la rete non ha fatto nulla visto i distinguo e gli oltranzismi che scattano ogni volta che si toccano certi argomenti.
Sono un pesce fuori d’acqua qui, ma visto la vivacità della discussione, mi ci butto. Un paio di settimane fa, ho partecipato alla European Wine Blogger’s Conference. C’erano appassionati, blogger da 34 paesi- quello che mi ha colpito di più del pubblico, era il numero consistente dei giovani (ma imho pochi italiani, perché?). Forse è solo un’impressione, ma vedo che stanno sperimentando e confrontandosi in maniera esilarante. Per me, vivendo in quest’Italia stanca, stufa ma spesso altezzosa nonostante tutto (e non parlo solo del vino), era come uscire dalla nebbia. Gente da 34 paesi unita da una passione sì, ma era qualcosa di più, un linguaggio comune, mi viene da dire globale (fatto di parole, ma anche di sentimenti e valori condivisi). Abbiamo le carte per sintonizzarsi con questo mondo più moderno, più fresco, più positivo. Ho trovato questo post attraverso Sandra, e La sento sulla strada giusta. Le singole cantine spesso emozionano, sono fantastiche quindi c’è una buona partenza. Il problema sta nel coordinamento dell’insieme a volte a partire dai piccoli/grandi dettagli fino a strategie e politiche più lungimiranti.
Scusate, lo rimetto al posto giusto in coda.
Ok, provo a ripartire da quanto espresso nelle tue ultime righe.
Le manifestazioni dove i vignaioli presentano le loro produzioni si sono moltiplicate. Moltiplicate al punto che i vignaioli stessi devono fare delle scelte individuando quelle che ritengono più adatte alle loro tasche, alle loro necessità di vendita o che sentono “più vicine” al loro modo di essere. Alcune hanno una forte affluenza di appassionati in altre si rileva un’ importante presenza di operatori del settore. A semplice titolo di esempio cito le due manifestazioni che si svolgono appositamente nelle vicinanze di Verona in contemporanea, o quasi, con il Vinitaly. Queste manifestazioni non sono un ritrovo tra amici, senza polemica ti dico che ritrovarsi in pizzeria tra vignaioli europei è quanto mai romantico ma poco praticabile. Si partecipa a queste manifestazioni per proporre il proprio lavoro per cercare nuovi clienti, per rafforzare i rapporti con i propri estimatori e, perché no, per vendere un po’ di prodotto. Per alcuni i costi di partecipazione vengono coperti in diretta dalle singole vendite durante le manifestazioni, per altri la soddisfazione economica arriva nel tempo e serve costanza e presenza per poter vendere il proprio vino, vino che se non proposto potrebbe rimanere in cantina e nessuno di noi può permetterselo. Fortunatamente esistono queste manifestazioni che permettono anche a piccoli produttori di potersi raccontare al mercato consolidando la loro presenza. La finalità è proprio quella di far arrivare il proprio vino nei bicchieri di un pubblico più ampio. Questo consci che le nostre minime produzioni non ci possono permettere di affrontare la GDO. L’anno scorso ho detto no ad un importatore giapponese che voleva una campionatura del mio vino pari a 1200 bottiglie (un quarto della mia produzione). Fornirò invece campionature a diversi importatori europei e nord americani. Per mia scelta almeno il 50% delle mie bottiglie rimarrà in Italia, permettendo, a pochi certo, di poterlo degustare e se del caso acquistare. Fa parte della mia personale strategia di promozione e vendita del mio vino. Il mio è un vino difficile, bada non difficile perché serva chissà quale “professionalità” per comprenderlo ma oggettivamente difficile. Un vino aranciato con molti difetti dovuti al mio modo di interpretare l’uva e le operazioni di cantina. Mi ci riconosco nel mio vino e per il tramite del mio vino racconto me stesso, prima a me e poi agli altri. Potrà essere criticabile questo mio modo di fare ma è il mio. Non è un modello da duplicare è solo il mio modo di fare il vino. Queste manifestazioni sono il luogo dove mi è data la possibilità di raccontare il mio sogno di vignaiolo. Che c’è di sbagliato in questo?
Grazie per il contributo perché è basilare avere il punto di cosa dei produttori in merito al modo e al dove e come proporre il vino.
Chiariamo che io non colpevolizzo nessun modo di esporre e proporre il proprio prodotto perché come giustamente dici tu, sono scelte personali.
A me non piace l’approccio divisionista tipico degli imprenditori italiani (perché di fatto sei imprenditore) dove si guarda prima a chi è più puro e casomai all’interesse del settore nel suo complesso.
Il modo di proporre vino attuale può andar bene ed è funzionale a un certo tipo di mercato ma serve anche altro.
Solo per meglio capire come evitare di essere divisionista, puoi propormi una possibile ricetta al mio caso?
Ok faccio il vino, come molti altri. In italia dovremmo esseri più o meno 12.000 aziende. Sono sicuramente una piccola azienda, al momento un solo ettaro di vigneto ma nei prossimi anni passerò a due ettari ripristinando un nostro vigneto in collina ormai abbandonato da anni che si è trasformato in boscaglia. Cerco di recuperare vecchie viti del mio territorio, non uso prodotti sistemici (antiparassitari); non uso diserbanti ma falcio l’erba sistematicamente. Non aggiungo nulla al mio terreno che non sia prodotto da me. Proteggo le mie vigne con del penta idrato di rame di origine vegetale solo prima di piogge importanti. Raramente uso zolfo bagnabile. Entrambi i prodotti sono comunque certificati e ammessi nei disciplinari del vino biologico. Non sempre mi va fatta bene, nel 2010 la peronospora larvata si è portata via tutta l’uva. Ho raccolto solo nove casse chiedendo scusa a ogni vigna e ringraziandole per aver comunque fatto qualche grappolo. Inutile dirti che nel 2010 non ho fatto nessuna produzione. Nutro il mio terreno coltivando nell’interfila favino nero; poi eseguo il sovescio per mettere a disposizione del terreno e quindi delle radici ossigeno e proteine non animali. Evitando di usare letame o liquami. Uso cippare tutti gli arbusti che ho in azienda per fare ulteriore attività di produzione di alimento del terreno. Parte del cippato fresco lo spargo nelle interfila, dove non ho seminato il favino, generando così tramite un rilascio lento ulteriore alimento. Difatti l’azoto aggredisce nel tempo la lignina e la trasforma in carbonio, carbonio che è alla base della vita. Servono quasi due anni per consumare questo cippato. Altra parte del cippato invece lo dispongo in cumoli che faccio fermentare per oltre un anno sino alla trasformazione in compost che poi spargo alla base del fusto delle viti, questo una volta maturo è velocemente assorbibile dalle viti. Uso anche dei lavoratori, ovviamente in nero: I lombrichi. Ne ho allevati appositamente per questo scopo oltre duemila e li ho messi a dimora in tutto il vigneto. In cantina non uso solfiti, faccio solo due travasi e, senza nessuna filtrazione,vado in bottiglia poco prima della vendemmia successiva lasciando che il vino “viva” sia il freddo dell’inverno sia il caldo dell’estate senza nessun controllo della temperatura, nemmeno in fermentazione. Ho raccontato la mia storia di vignaiolo in un forum per oltre tre anni, scrivendo quasi quotidianamente le mie attività. Faccio parte dell’Associazione Vinnatur e tramite questa partecipo a corsi, conferenze e dibattiti. Il mio vino quest’anno uscirà anche con un’etichetta diversa in distribuzione solo per il tramite di un ristorante della mia zona si chiamerà Kmzero. Il ristorante che lo proporrà ai suoi clienti è a 950 metri dal mio vigneto. Dopo questa lunga descrizione sono a domandarti come posso interagire ulteriormente con il mondo che mi circonda se non raccontando questi e altri dettagli del mio vivere la vite e il vino a quelli che vorrano/potranno incontrarmi.
Qui non conosco nessuno che faccia come me, bada, non affermo che questo sia il modo; Mi sento un po’ solo ma non credo di essere divisionista se pur imprenditore. Aiutami a capire cosa e di più posso fare. Naturalmente i suggerimenti sono ben accetti.
ciao stefano
Aspetta, non stavo dando del divisionista a te. Ma noto che è un atteggiamento molto diffuso e non solo nel mondo del vino.
hai qualche suggerimento che possa adattarsi alla mia realtà? Divisionista o meno sono comunque un imprenditorein questo momento difficile tutto va valutato con attenzione anche le proposte più particolari
Buongiorno a tutti!! Ho letto con attenzione tutti i vari commenti e vorrei, intrufolandomi, dire la mia cercando di restare nel tema del dibattito. Complimenti per la trasmissione Roberto, hai innescato un bel putiferio!! E’ comunque positivo in quando laddove esiste comunicazione ci si augura che si possa anche dar vita a nuove realizzazioni, senza la comunicazione sicuramente non esiste progresso. Vivo nelle Langhe da qualche anno e provengo da Milano ed ero quasi astemio. Vivendo in questo territorio gioco forza mi sono avvicinato alla realtà delle vigne e del loro prodotto: il vino. E’ indubbio che questo prodotto della terra è legato fortemente al territorio ed alla sua storia anche culinaria. Comprendo e condivido il fatto che debba essere legato alle tradizioni del posto e non debba essere spostato in luoghi lontani per presentarlo. In questo caso si fa marketing ma non mettiamo una etichetta solo come attrattiva per richiamare persone comuni o addetti del settore per sviluppare un concetto commerciale. Ritengo che si debba avere il coraggio di scindere le cose in modo deciso. In questi giorni a Costigliole d’Asti è aperta una manifestazione dedicata alla Barbera. Bene troverete soltanto produttori di questa qualità: nulla di più. Forse, non essendo bene introdotto nel sistema, non ho compreso bene alcuni aspetti dei vari commenti e chiedo scusa ma su una cosa concordo: la necessità di dare enfasi ai prodotti del territorio e ridurre un po’ le velocità nel rendere disponibile tutti i prodotti tutto l’anno in tutti i posti: cerchiamo di ritrovare i ritmi giusti adatti al nostro vivere e pensare un poco di meno al profitto esasperato. Il vino come evoluzione di un prodotto della terra, l’uva, è un alimento che accompagna altri alimenti ci si augura che sia buono piacevole e non faccia male. Si facciano manifestazioni con una informazione corretta. Ringrazio per l’attenzione e mi scuso se ho deviato un poco dal tema iniziale ma ho voluto dare un piccolo contributo spontaneo, non rileggendo ciò che ho scritto. Un saluto a tutti. Bruno.
Dire che Fornovo è una manifestazione frequentata sempre dalle stesse persone, di elite come dici tu, e poi citare come esempio una manifestazione creata per gli addetti ai lavori mi sembra un controsenso. Sono anni che frequento Fornovo, non conosco “le solite faccie”, ma conosco molte persone che ci vanno giusto per assaggiare e comprare qualche bottiglia. Penso che resti un’oppotrunità per il consumatore che può trovare dei vini interessanti che non trova al supermercato, e anche per i piccoli produttori che trovano modo di farsi conoscere e vendere qualche bottiglia, visto che sono per forza di cose esclusi dalla grande distribuzione.
Mi pare chiaro che non hai colto il senso del paragone. Comunque ogni opinione è buona. Grazie per il tuo commento
Sarei grato se mi spiegassi il paragone tra le due manifestazioni.
Ciao Daniele, come ho già scritto qualche commento più su, secondo me (e sia chiaro che è un’opinione e non una verità) le assonanze sono la modalità di presentazione dei vini (tutti i produttori in aree uno dopo l’altro a ricevere gente); la mancanza di legami con la cultura e il territorio (inteso come area e non come terreno); la mancanza di abbinamento a cibo; una buona dose di presenza “tecnica” (sono molto orientate al B2B). Poi, per fortuna, ci sono delle dissonanze che fanno si che non siano due eventi fotocopia. Hanno entrambe delle peculiarità che le rendono comunque interessanti anche ad appassionati. In più Fornovo ha la passibilità di poter acquistare il vino direttamente dai produttori. Ovviamente le differenze NON si fermano qua, ma il tema del post era altro
Spero di essermi espresso con chiarezza.
Grazie mille per la risposta.
Ho riletto il tuo post di partenza, ma purtroppo continuo a vedere la mia risposta non fuori tema.
Mi sembrava parlassi dell’inutilità delle manifestazioni come Fornovo, e io ti ho dato alcuni buoni motivi per la loro utilità.
Ho letto anche tutti gli 86 commenti. Sarà per la prossima volta ……
Per me manifestazioni così strutturate non comunicano il vino su audience ampie e non addette ai lavori quindi la maggior parte del mercato. Per gli addetti ai lavori possono anche andare.