Consumare? Si, ma con un nuovo paradigma.

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“Acquistare dovrebbe essere un atto consapevole. Quando acquisto sto finanziando un progetto, quello del produttore (singola persona, azienda o multinazionale) e quindi divento di fatto suo socio; questo mi da diventare corresponsabile di ciò che il produttore farà dei miei soldi. Se quei soldi vengono usati male, la colpa è anche mia perché io ho deciso di darli.”  Una frase che non ha necessità di essere commentata tanto è limpida e netta ma che apre una prospettiva differente in termini di approccio al “consumo”. Questo è in parte quello che è fondamenta del consumo consapevole ma aggiungendo un pizzico di responsabilità in più in chi acquista e in chi produce.
Se compro la farina da Mulino Sobrino  decido che il suo lavoro di recupero di varietali antichi, di agricoltura biologica, di rilancio del territorio, di riconoscimento economico del lavoro agricolo è importante e me ne faccio carico anch’io con lui; decido che il progetto è valido e ha senso che prosegua, anzi che cresca e si rafforzi. Se compro una farina di Nestlé deicdo invece di diventare socio di una multinazionale che sfrutta il territorio, gli agricoltori, che non rispetta la biodiversità, che di conseguenza alimenta le multinazionali della chimica e probabilmente delle sementi ibride (vedi Monsanto & company).
Questo vale per tutti i prodotti che acquisto, vale per Apple, Samsung, Nestlè, Felicetti, Mulino Marino, Barilla, Pastificio dei campi, Asdomar etc etc. Preoccuparsi dell’impatti sia sul profilo ambientale che economico ed anche politico è, secondo me, diventato quasi obbligatorio. Le scelte in relazione alla direzione che il nostro mondo prenderà le compiamo in ogni momento e non quando votiamo o ci impegniamo nella beneficenza.
Consapevolezza è la parola che dovrebbe diventare figlia adottiva, terra da coltivare, dimora da proteggere di ognuno di noi.

  1. Gianni Lovato says:

    “Sì, sì – sembra facile”, diceva l’omino coi baffi del carosello Bialetti! Forse mi sbaglio, perché in Italia probabilmente è ancora relativamente semplice, o almeno possibile, scegliere fra il formaggio della Kraft e quello della Val Taleggio.il
    Ma ho il sospetto che anche nel Bel Paese (e qui non intendo formaggio), la scelta diventi sempre più complicata ed inabbordabile.
    Anche perché, diciamolo pure: la differenza fra i furbastri professionisti e “legalizzati” delle grandi multinazionali ed il furbastro “artigianale” non è poi così tanto grande. Una volta che lo metti a tavola ed in bocca, l’olio d’oliva, o il vino, o il formaggio taroccato fa male allo stomaco ed al portafogli in egual misura, indipendentemente dalla scala di produzione.
    Il problema di base è l’educazione del consumatore, ma anche per questa ci vuole tempo, danaro e, sopratutto, il desiderio di ottenerla.
    Indubbiamente è molto più semplice credere alla pubblicità ed all’ultimo grido di moda.

    • Ciao Gian,
      certo nulla è facile ma se mai si inizia mai si finisce e se non ci si prova mai si cambierà. Citando la citazione citata in un’intervista appena letta (pardon per il gioco di parole) Albert Einstein diceva: «Non pos­siamo pre­ten­dere che le cose cam­bino, se con­ti­nuiamo a fare le stesse cose».

  2. Un concetto basilare ed etico che sto cercando di fare mio, con difficoltà ed ostacoli vari, nella scelta degli alimenti e delle bevande da consumare e da “promuovere” nel mio piccolo spazio web.

  3. Ho visto che interessi di vari argomenti, leggi le mie pagine che parlano di sana alimentazione e…..
    http://www.cucinarecreare.it/?page_id=6139
    http://www.cucinarecreare.it/?page_id=6977
    http://www.cucinarecreare.it/?page_id=6983
    Non sono un’esperta, ma mi piace curiosare di qua e di là
    ciao a presto

    • Ciao Anna,

      ho letto i tuoi post e devo dire che, in particolare in quello che tratta del Kamut, ci sono molte inesattezze. Sull’argomento Kamut e grano, ti consiglio di leggere quelli che ho scritto qui e su Vinix.com